Cercare di dormire è ciò che ti toglie il sonno
Il sonno è una delle poche cose che lo sforzo peggiora. Come attenzione, intenzione e sforzo ti tengono a occhi aperti, e cosa una storia deve lasciare fuori.
Il sonno è una delle poche cose che lo sforzo peggiora.
La spiegazione di Colin Espie su come si instaura l’insonnia procede in tre passi: attenzione, intenzione, sforzo. Cominci a notare le cose legate al sonno — l’orologio, quanto ti senti vigile, se stanotte sarà un’altra di quelle notti. Il notare diventa intenzione: stanotte dormirò. L’intenzione diventa sforzo: cercare attivamente di produrlo.
E il sonno è automatico. Viene inibito proprio dal tentativo di produrlo deliberatamente, come deglutire diventa più difficile nel momento in cui ci pensi.
Il sonno normale non è qualcosa che qualcuno fa. È ciò che succede quando nessuno sta facendo niente.
La contromossa clinica è l’intenzione paradossale: sdraiarsi e provare invece, con dolcezza, a restare svegli. Sembra un trucco, e ha retto a una revisione sistematica.
La nostra è più silenziosa, ed è soprattutto una questione di ciò che lasciamo fuori. Nessuna storia di Sheeps ti dirà che ti sta venendo sonno, che le palpebre sono pesanti, che stai scivolando giù. Ognuna di queste frasi ricorda che il punto è il sonno, e sentirselo ricordare è proprio ciò che lo fa allontanare.
Per questo il player mostra il tempo trascorso e mai quello rimanente: un conto alla rovescia è una scadenza. Per questo alla fine non suona niente. Per questo l’app non ti chiede mai come hai dormito.
La risposta lunga
Su questo si reggono due tecniche, per ora spiegate solo in inglese. Paradoxical intention for sleep rovescia lo sforzo: a letto, a luce spenta, ti concedi con calma di restare a occhi aperti. What to do when you can’t sleep, anche questa in inglese, si occupa del momento in cui restare a letto è diventato una lotta. In italiano c’è invece il cognitive shuffling, che dà alla mente un piccolo compito innocuo al posto del compito di addormentarsi.